Riccardo Ricci

 

Discorso tenuto dall'Ispettore Luciano BAZZOCCHI il 7.9.1991 in occasione del decennale della morte dell'Ispettore RICCARDO RICCI.

 

   La scuola ravennate, così come nel giugno scorso, nella scuola elementare di Ponte Nuovo, ha ricordato il decennale della morte dell'Ispettore Aurelio Gulminelli, al cui nome quella scuola si intitola, similmente non poteva non ricordare per la stessa ricorrenza l'Ispettore Riccardo Ricci del quale questa scuola porta il nome.

   Due valorosi uomini di scuola, due personalità dotate ciascuna di personalissime ed originali doti che nel lavoro scolastico trovavano armoniosa composizione, accumunate in crudele destino di prematura morte.

   Oltre che tributare loro una doverosa riconoscenza per l'impegno nella scuola e nella vita civile, si vuole celebrarne nel tempo la memoria, mettendo soprattutto in risalto gli ideali e le opere che essi hanno lasciato.

   Sono convinto che le celebrazioni abbiano un significato e possano offrire insegnamenti vitali se portano elementi di testimonianza che spronino a fare di più e meglio, nella vita e nella scuola, più che risolversi in magniloquenti parole.

   Nel caso dell'Ispettore Ricci non mancano certamente le testimonianze che ne caratterizzano in modo spiccato l'uomo e l'artista..

   Sentii parlare per la prima volta di Riccardo Ricci negli Anni Sessanta, ad Autagnod in Val d'Ayas, nella Valle d'Aosta. Allora, maestro elementare, ero ospite con la mia famiglia della maestra Aliod, una collega in pensione, che mi aveva affittato un appartamentino. Si sa, che anche in vacanza i maestri non smettono mai di parlare di scuola e magari, come accadeva allora più di oggi, dei direttori che giudicavano più o meno buoni e severi. Costei, con la riservatezza ma anche franchezza dei montanari, sapendo che ero delle parti di Ravenna, mi parlò del Direttore del Circolo Didattico di St.Pierre, che era romagnolo e che nella valle godeva di larghissima notorietà ed estimazione per spiccate capacità professionali e per il talento nell'arte del disegno e dell'incisione. Mi parlò di molte incisioni, illustrazioni, locandine, manifesti, cartelloni che circolavano nella valle e che erano opera sua. Mi disse anche: "Certo, sarà sicuramente il futuro Ispettore Scolastico della Valle d'Aosta" (va notato che allora, in Vale d'Aosta, c'era un solo Ispettore Scolastico, dotato di alto prestigio e di grande autorità).

   Faentino di origine, la sua vita professionale si è svolta prevalentemente nella Valle d'Aosta: 25 anni come Maestro e poi Direttore Didattico, intervallati dal Servizio Militare nel ruolo di Tenente dell'Arma di Fanteria di linea e da un periodo di un anno in cui si diede alla macchia per non servire la Repubblica Fascista.

   A Ravenna è vissuto per 16 (sedici) anni dove fu dapprima e costantemente Direttore Didattico del 6º Circolo per 6 (sei) anni, poi Ispettore Scolastico a Novara e Ferrara e, infine, per 2 (due) anni Ispettore Tecnico a Ravenna.

   Collocato a riposo nel 1979, morì prematuramente il 2 Aprile 1981, all'età di 62 anni.

   La figura professionale di Riccardo Ricci è legata per il prestigio e la la dovizia delle opere non solo alla scuola valdostana e a quella ravennate, ma all'intera scuola italiana alla quale egli ha dato un personalissimo e originale contributo sul tema allora nuovo e oggi attualissimo e ineludibile dell'educazione stradale.

   Si può sostenere, senza esagerazione che Riccardo Ricci in Italia è stato il più grosso esperto di didattica dell'educazione stradale. Affrontò questa materia nel 1956 quale vincitore di un concorso bandito dalla rivista "Noi e la strada" e gli fu conferita la Medaglia d'Oro dall'Automobile Club d'Italia. Da allora inaugurò una ricchissima collaborazione a quella rivista, che si protrasse ininterrottamente fino al 1974, anno della cessazione della pubblicazione del periodico. Quasi contemporaneamente iniziò la collaborazione ad una rubrica di educazione stradale della nota rivista scolastica "I Diritti della Scuola".

   Come aggiornatore su questa materia fu spessissimo in giro per l'Italia: ricordo di averlo più volte incontrato in stazione con a tracolla il portarotoli dei suoi cartelloni, diligente e curatissimo sussidio alle sue chiare e sempre rinnovate lezioni di didattica.

   L'originalità della sua vastissima produzione di articoli, libri e saggi sull'educazione stradale, a parte i contenuti e i caratteri espositivi, sta soprattutto nelle illustrazioni che rivelano come l'artista sapesse utilizzare il suo talento per rendere visivamente il mobile vissuto dell'operazione didattica con quelle figurine stilizzate e sagomate che rivelano sempre il tratto inconfondibile della sua arte.

   Ma gli interessi di Riccardo Ricci, come accade agli uomini colti, versatili e dall'intelligenza aperta e sottile, non potevano schematizzarsi unicamente nella didattica dell'educazione stradale. Già nel 1956 aveva curato il suo primo libro su "Il disegno nella scuola elementare" che raccoglie finissime osservazioni sulla evoluzione grafica dei bambini, testimoniata anche da preziose linoleografie degli alunni delle scuole valdostane. Dal 1958 cominciò anche a interessarsi di didattica dell'ambiente, di quello che allora si definiva "studio del natio loco".

   In questo campo bisogna dire che fu precorritore. Era facile allora indulgere a semplicistiche concezioni metodologiche di tipo globalistico, alimentate dalla voga dei "centri di interesse". Riccardo Ricci capì fin da allora quello che è scritto sostanzialmente nei nuovi programmi della scuola elementare: nella studio dell'ambiente, anche se si parte dagli interessi del bambino, debbono comunque via via emergere gli alfabeti, le strutture delle "scienze particolari" - come egli scrive - così come "sono venute enucleandosi ed acquistando una loro ben definita fisionomia ed un loro preciso ambito" nel cammino della conoscenza umana.

   Non solo: aveva compreso che la preparazione dei maestri doveva sostanziarsi di letture aventi un serio fondamento scientifico, tant'è che nelle sue indicazioni metodologiche abbondano,  ad esempio, riferimenti ad illustri geografi quali il Biasutti, il Bruhnes, il Gribaudi, Umberto Toschi.

   Ricordo come discente la sua magistrale direzione e organizzazione di un corso di aggiornamento sulla Storia, la Geografia e le Scienze a Marina Romea e, quando non erano ancore penetrate nel mondo della scuole le nuove metodologie di ricerca storica, la sua passione nel far conoscere agli insegnati quel gioiello che è il libro di Marc Bloch, Apologia della Storia, il mestiere di storico (fu regalato agli insegnati ravennati al termine di un corso di storia che durò due anni).

   Questi suoi interessi, che certamente devono essere stati trasmessi geneticamente al figlio Giovanni, docente di Storia all'Università di Ferrara, sfociarono poi nel libro "Conoscere la città e l'ambiente rurale",  illustrato dai suoi impeccabili disegni qui esposti e, nel più noto, "Ravenna - Guida Turistica", in collaborazione con l'Ispettore Bendazzi, anche questo finemente da lui illustrato con lineoleografie e disegni a penna di rara maestria, i cui originali si possono ammirare nella mostra, qui allestita.

   Non posso tacere i suoi interessi per la didattica della matematica: fu partecipe di quel fervore che animò la scuola ravennate negli Anni Settanta e che vide qualificati impulsi di portata internazionale, quali il lavoro del Prof. Dienes nella scuola di Ravenna e l'intervento assiduo del nostro concittadino Prof. Angelo Pescarini.

   Ricordo in proposito l'impegnato lavoro di Riccardo Ricci come coordinatore dei lavori di gruppo in un corso di aggiornamento sulla didattica della matematica che si tenne a Cesenatico nel 1968 e che era diretto dall'allora Direttore Didattico Aurelio Gulmanelli.

   L'attenta percezione che aveva dei problemi scolastici e la sensibilità verso l'innovazione lo videro attentissimo e impegnato intorno alle tematiche dell'handicap, che negli anni 1975 e 1977 subirono un radicale rinnovamento nella scuola italiana. Fu attivissimo nei corsi che il Ministero organizzò a Santa Marinella per quelle che allora si definivano "equipes provinciali" e questo fervore portò, come Ispettore, nelle scuole della Provincia di Ravenna, nell'assistere il faticoso avvio dei processi di integrazione degli handicappati.

   Si può veramente applicare a lui il noto adagio "homo sum et nihil me umanum alienum puto" (uomo sono e nulla di ciò che è umano mi è indifferente).

   La sua profonda carica umana non lo rendeva alieno dai problemi sociali e di categoria.

   Nel 1960 iniziò la collaborazione a "l'ecole valdotaine", rivista in lingua francese di problemi scolastici e nel contempo al settimanale "Il corriere dela Valle d'Aosta", con articoli che non solo riguardavano i temi della pedagogia e delle didattica, ma i più ampi problemi di politica scolastica.

   A Ravenna ha rivestito l'incarico di Segretario Provinciale del SINASCEL e di membro del Direttivo Provinciale, carica che ha conservato fino alla morte. Si impegnò in consulenze sindacali che erano sempre precise e pertinenti e tenne anche relazioni in Congressi Provinciali del Sindacato, dimostrando un piglio intelligente, capacità critiche e propositive sui temi più cruciali della politica e dell'organizzazione scolastica.

   Di fronte a uno spirito così creativo nell'azione e nell'arte si potrebbe essere indotti a pensare che egli si disinteressasse e trascurasse l'amministrazione minuta e quotidiana del Circolo Didattico e, comunque, quanto riguarda le competenze amministrative che non sono totalmente estranee agli Ispettori. In realtà Riccardo Ricci non ha mai sottovalutato i doveri e le responsabilità amministrativi propri del Dirigente Scolastico.

   Nelle riunioni dei Direttori Didattici della città, nelle quali ho imparato tanto per le mie future esperienze, quando si esaminavano scartoffie e si disquisiva su questioni di natura amministrativa, lo sentivo spesso  esclamare: "Che tristezza!". Non era né uggia, e nemmeno noia e rifiuto delle "carte": faceva parte di quel gusto della ironia con cui affrontava anche le cose serie.

   Nè come Direttore e nemmeno come Ispettore non amò mai quell'"esprit de sérieux", quel sussiego che spesso dà forma all'autorità: sapeva essere autorevole senza essere autoritario.. Dietro quella fronte corrugata traspariva un leggero sorriso ironico che celava con pudore la precisione, la correttezza, la responsabilità e la diligenza nelle pratiche amministrative.

   L'Ispettrice valdostana Maria Elena Pallais ha colto bene i tratti della personalità dell'Ispettore Riccardo Ricci: quando nel 1959 così li delineò: "Artista del pennello e del colore, sembra prediligere l'ironia sul proprio e sull'altrui operato, ma invece è senso di umorismo che traspare dalle sue osservazioni, un sentimento comico che è raffinato dalla cultura, spoglio di sarcasmo, privo di amrezza, che lascia gli ascoltatori pensosi a meditare".

   Ricordo che una volta, bisognoso di consigli e di aiuti per un esposto che dovevo fare, lo andai a trovare nel suo ufficio in Largo Chartres (allora si trovava là la Direzione del 6º Circolo). Non posso dimenticare la diligenza, la padronanza della materia, l'acuto senso del sindacalista. Non mi lasciò nemmeno scrivere: prese carta e penna e cominciò a redigere lui il testo, con una scorrevolezza di termini e di argomentazioni che mi stupirono.

   Per certi riferimenti che gli occorrevano trasse da un cassetto un registro nel quale teneva accuratamente raccolte le circolari che diramava ai suoi maestri e che redigeva con meticolosa cura, ciclostilandone una per ciascun maestro.

   I Direttori Didattici della Provincia di Ravenna redigono ancora annualmente gli "ordinamenti" su uno stampato ben strutturato come notizie, una sorta di lenzuolone, che lui, come Ispettore Tecnico, volle introdurre nelle nostre Direzioni Didattiche.

L'ARTISTA

   Un Direttore Didattico recentemente scomparso amava definirlo: "Uomo dalle mani d'oro".

   Quelle mani, che un male inesorabile aveva colpito per fatale beffa e destino, maneggiavano con sciolta maestria la matita e la penna, il bulino e il pennello, davano forma all'impasto per le ceramiche nello spirito dei ceramisti faentini dei quali l'Ispettore Ricci aveva colto gli illustri insegnamenti nella terra d'origine, lavoravano il legno con l'amorosa cura dell'artigiano.

   Aveva certamente ereditato il gusto fabbrile di lievitare la materia del padre falegname ed era accomunato nello spirito dell'artigiano ai fratelli ceramisti-falegnami.

   La natura aspra, stagliata in duri contorni ma insieme declinata in tappeti erbosi e affusolati alberi del paesaggio valdostano, i caratteri fortemente sagomati delle sculture lignee disseminate nella valle, gli affreschi parietali delle chiese e dei noti castelli,  che certamente Riccardo Ricci ha fotografato e riprodotto con devota ammirazione, costituiscono il motivo ispiratore dello stile caratteristico dei suoi disegni, delle incisioni al linoleum, delle pitture ad olio.

   Il tratto delle numerose incisioni al linoleum e dei disegni a penna, abbondantemente riprodotti con finalità illustrative, è deciso, forte, il fraseggio delle strutture lineari ha caratteristiche fortemente energetiche, il paesaggio tende all'essenzialità e alle ricerche prospettiche, le figure si presentano spesso scattanti, segmentate, stagliate in contorni abbastanza decisi ala pari degli stilemi della iconografia valdostana.

   Nelle sue pitture il colore non indulge a preziosismi, ha frequenti e succose stesure a spatola, registri tonali forti e intensa solarità, il disegno è sempre corretto, vigile e scattante.

   I temi più cari sono le luminosissime marine, memoria viva della nostra terra di Romagna, i ritratti e le figure dove si evocano gli affetti familiari, gli alberi, i paesaggi valdostani e i fiori.

   Sul giornale valdostano "La nostra scuola", nel numero datato Marzo 1958, si legge a proposito delle illustrazioni che egli fece per un testo scritto:"Il testo è arricchito da stupendi linoleum del Professor Riccardo Ricci, il quale ha raggiunto in quest'arte un livello altissimo".

   E il suo stile, intonato alla primitiva arte valdostana, è ineguagliabile, tanto da farci dichiarare che oggi la Valle d'Aosta ha un artista in più, e quale artista!

   C'era in lui una propensione innata al saper vedere e al saper fare, un gusto profondo per le cosiddette arti della visione. Un saper vedere e un saper fare che si legano indissolubilmente ai problemi della pedagogia e della scuola: basta pensare al legame tra la sua produzione grafica e il suo operare come esperto di didattica dell'educazione stradale e di didattica dello studio dell'ambiente.

   A questo si collega il suo gusto per l'arte fotografica; e, sempre, con la passione del fare attraverso gli occhi e le mani e di possedere materialmente le immagini nella loro completezza, se è vero, come dice Barthes, che "l'immagine fotografica è piena, stipata; in essa non v'è posto, non vi si può aggiungere niente".

   E' significativo che questo suo desiderio di possedere sempre di più l'immagine si sia intensificato nel momento in cui la sua esistenza si andava consumando.

   Dopo aver frequentato un corso di didattica della fotografia si rese via via sempre più esperto nelle operazioni di produzione e sviluppo di fotografie creandosi un attrezzato laboratorio fotografico.

   Era tale il suo gusto artistico della fotografia, come qualcosa che si compone, si fabbrica, si sviluppa in immagini dove i processi chimici si legano al lavoro indagatore dell'occhio, che lo vidi spesso usare le vecchie macchine fotografiche a soffietto oggi in disuso.

   Con l'amore, la costanza e la perizia che gli erano propri cominciò a produrre una serie multiforme di immagini della città di Ravenna, che riprendono angoli spesso riposti e che rivelano la magia di questa nostra città, i suoi multiformi elementi plastici e iconografici. Ne ha prodotte alcune centinaia e già pensava di ordinarle in una collezione quando il male inesorabile lo colpì.

   Un'altra sua passione era la tipografia alla quale lo collegava il gusto dell'illustrazione grafica, che è testimoniato dalle numerose copertine dei suoi lavori, dai manifesti, dalle locandine, dai cartelloni. Amava spesso dire: "Sarei contento se potessi avere una tipografia ove stampare cose come voglio io!".

   Non è questo un dato occasionale, puramente velleitario: in Valle d'Aosta aveva sentito fortemente gli influssi delle tecniche Freinet, della "Imprimerie à l'école", della tipografia scolastica, che diffuse anche nelle sue scuole.

   Il lavoro del tipografo, che storicamente e nella sua accezione rimanda al torchio, al bulino, al sapiente uso degli inchiostri, assumeva per lui il carattere della manualità nella quale si associano il gusto estetico per i caratteri tipografici e per l'illustrazione dei testi scritti e l'uso dei processi chimici della xilografia e della lineografia.

   Un lavoro dunque infaticabile, assiduo, costante quello dell'Ispettore Ricci, che sovente diceva agli amici: "La mia giornata di lavoro non finisce ma comincia la sera, dopo cena .....", forse memore delle lunghe veglie invernali ove si consuma molta attività dei montanari valdostani.

   Ma meglio delle mie parole penso che la multiforme attività artistica dell'Ispettore Ricci possa essere ammirata nella "mostra" dei suoi lavori che l'Ispettore Bendazzi, con l'aiuto dell'ottimo fotografo Mº. Lolli, ha diligentemente allestito in questa scuola, con amorevole diligenza e riconoscenza verso l'amico, per gentile concessione della moglie che sempre ha custodito intatta questa bella eredità del consorte.

   Oggi, a distanza di dieci anni, nonostante le brume e gli inverni del tempo, l'opera di Riccardo Ricci, uomo di scuola e artista, profuma di piena vitalità ed è vivida come il colore quel "calycanto" che umilmente egli ha cantato in una graziosa poesia:

          "Anche oggi,

          trenta - uno - settantaquattro

          ho visto

          un calycantus fiorito

          contro un muro.

          Un calycantus fiorito

          nelle brume di gennaio

          è un messo della primavera

          che viene,

          s'affaccia, ....."

 
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