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La scuola ravennate, così come nel giugno scorso, nella scuola elementare di Ponte
Nuovo, ha ricordato il decennale della morte dell'Ispettore Aurelio
Gulminelli, al cui nome quella scuola si intitola, similmente non poteva
non ricordare per la stessa ricorrenza l'Ispettore Riccardo Ricci del
quale questa scuola porta il nome.
Due valorosi uomini di scuola, due personalità dotate ciascuna di
personalissime ed originali doti che nel lavoro scolastico trovavano
armoniosa composizione, accumunate in crudele destino di prematura morte.
Oltre che tributare loro una
doverosa riconoscenza per l'impegno nella scuola e nella vita civile, si
vuole celebrarne nel tempo la memoria, mettendo soprattutto in risalto gli
ideali e le opere che essi hanno lasciato.
Sono convinto che le
celebrazioni abbiano un significato e possano offrire insegnamenti vitali
se portano elementi di testimonianza che spronino a fare di più e meglio,
nella vita e nella scuola, più che risolversi in magniloquenti parole.
Nel caso dell'Ispettore Ricci
non mancano certamente le testimonianze che ne caratterizzano in modo
spiccato l'uomo e l'artista..
Sentii parlare per la prima
volta di Riccardo Ricci negli Anni Sessanta, ad Autagnod in Val d'Ayas,
nella Valle d'Aosta. Allora, maestro elementare, ero ospite con la mia
famiglia della maestra Aliod, una collega in pensione, che mi aveva
affittato un appartamentino. Si sa, che anche in vacanza i maestri non
smettono mai di parlare di scuola e magari, come accadeva allora più di
oggi, dei direttori che giudicavano più o meno buoni e severi. Costei, con
la riservatezza ma anche franchezza dei montanari, sapendo che ero delle
parti di Ravenna, mi parlò del Direttore del Circolo Didattico di
St.Pierre, che era romagnolo e che nella valle godeva di larghissima
notorietà ed estimazione per spiccate capacità professionali e per il
talento nell'arte del disegno e dell'incisione. Mi parlò di molte
incisioni, illustrazioni, locandine, manifesti, cartelloni che circolavano
nella valle e che erano opera sua. Mi disse anche: "Certo, sarà
sicuramente il futuro Ispettore Scolastico della Valle d'Aosta" (va notato
che allora, in Vale d'Aosta, c'era un solo Ispettore Scolastico, dotato di
alto prestigio e di grande autorità).
Faentino di
origine, la sua vita professionale si è svolta prevalentemente
nella Valle d'Aosta: 25 anni come Maestro e poi Direttore Didattico,
intervallati dal Servizio Militare nel ruolo di Tenente dell'Arma di
Fanteria di linea e da un periodo di un anno in cui si diede alla
macchia per non servire la Repubblica Fascista.
A Ravenna è vissuto per 16
(sedici) anni dove fu dapprima e costantemente Direttore Didattico
del 6º Circolo per 6 (sei) anni, poi Ispettore Scolastico a Novara e
Ferrara e, infine, per 2 (due) anni Ispettore Tecnico a Ravenna.
Collocato a riposo nel 1979,
morì prematuramente il 2 Aprile 1981, all'età di 62 anni.
La figura professionale di
Riccardo Ricci è legata per il prestigio e la la dovizia delle opere non
solo alla scuola valdostana e a quella ravennate, ma all'intera scuola
italiana alla quale egli ha dato un personalissimo e originale contributo
sul tema allora nuovo e oggi attualissimo e ineludibile dell'educazione
stradale.
Si può sostenere, senza
esagerazione che Riccardo Ricci in Italia è stato il più grosso esperto
di didattica dell'educazione stradale. Affrontò questa materia nel 1956
quale vincitore di un concorso bandito dalla rivista "Noi e la strada" e
gli fu conferita la Medaglia d'Oro dall'Automobile Club d'Italia. Da
allora inaugurò una ricchissima collaborazione a quella rivista, che si
protrasse ininterrottamente fino al 1974, anno della cessazione della
pubblicazione del periodico. Quasi contemporaneamente iniziò la
collaborazione ad una rubrica di educazione stradale della nota rivista
scolastica "I Diritti della Scuola".
Come aggiornatore su questa
materia fu spessissimo in giro per l'Italia: ricordo di averlo più volte
incontrato in stazione con a tracolla il portarotoli dei suoi cartelloni,
diligente e curatissimo sussidio alle sue chiare e sempre rinnovate
lezioni di didattica.
L'originalità della sua
vastissima produzione di articoli, libri e saggi sull'educazione stradale,
a parte i contenuti e i caratteri espositivi, sta soprattutto nelle
illustrazioni che rivelano come l'artista sapesse
utilizzare il suo talento per rendere visivamente il mobile vissuto
dell'operazione didattica con quelle figurine stilizzate e sagomate che
rivelano sempre il tratto inconfondibile della sua arte.
Ma gli interessi di Riccardo
Ricci, come accade agli uomini colti, versatili e dall'intelligenza aperta
e sottile, non potevano schematizzarsi unicamente nella didattica dell'educazione
stradale. Già nel 1956 aveva curato il suo primo libro su "Il disegno nella
scuola elementare" che raccoglie finissime osservazioni sulla evoluzione
grafica dei bambini, testimoniata anche da preziose linoleografie degli
alunni delle scuole valdostane. Dal 1958 cominciò anche a interessarsi di
didattica dell'ambiente, di quello che allora si definiva "studio del
natio loco". In questo
campo bisogna dire che fu precorritore. Era facile allora indulgere a
semplicistiche concezioni metodologiche di tipo globalistico, alimentate
dalla voga dei "centri di interesse". Riccardo Ricci capì fin da allora
quello che è scritto sostanzialmente nei nuovi programmi della scuola
elementare: nella studio dell'ambiente, anche se si parte dagli interessi
del bambino, debbono comunque via via emergere gli alfabeti, le strutture
delle "scienze particolari" - come egli scrive - così come "sono venute
enucleandosi ed acquistando una loro ben definita fisionomia ed un loro
preciso ambito" nel cammino della conoscenza umana.
Non solo: aveva compreso che la
preparazione dei maestri doveva sostanziarsi di letture aventi un serio
fondamento scientifico, tant'è che nelle sue indicazioni metodologiche
abbondano, ad esempio, riferimenti ad illustri geografi quali il
Biasutti, il Bruhnes, il Gribaudi, Umberto Toschi.
Ricordo come discente la sua
magistrale direzione e organizzazione di un corso di aggiornamento sulla
Storia, la Geografia e le Scienze a Marina Romea e, quando non erano ancore
penetrate nel mondo della scuole le nuove metodologie di ricerca storica,
la sua passione nel far conoscere agli insegnati quel gioiello che è il
libro di Marc Bloch, Apologia della Storia, il mestiere di storico (fu
regalato agli insegnati ravennati al termine di un corso di storia che
durò due anni).
Questi suoi interessi, che
certamente devono essere stati trasmessi geneticamente al figlio Giovanni, docente
di Storia all'Università di Ferrara, sfociarono poi nel libro "Conoscere
la città e l'ambiente rurale", illustrato dai suoi impeccabili
disegni qui esposti e, nel più noto, "Ravenna - Guida Turistica", in
collaborazione con l'Ispettore Bendazzi, anche questo finemente da lui
illustrato con lineoleografie e disegni a penna di rara maestria, i cui
originali si possono ammirare nella mostra, qui allestita.
Non posso tacere i suoi interessi
per la didattica della matematica: fu partecipe di quel fervore che animò
la scuola ravennate negli Anni Settanta e che vide qualificati impulsi di
portata internazionale, quali il lavoro del Prof. Dienes nella scuola di
Ravenna e l'intervento assiduo del nostro concittadino Prof. Angelo
Pescarini.
Ricordo in proposito l'impegnato
lavoro di Riccardo Ricci come coordinatore dei lavori di gruppo in un
corso di aggiornamento sulla didattica della matematica che si tenne a
Cesenatico nel 1968 e che era diretto dall'allora Direttore Didattico
Aurelio Gulmanelli.
L'attenta percezione che aveva dei
problemi scolastici e la sensibilità verso l'innovazione lo videro
attentissimo e impegnato intorno alle tematiche dell'handicap, che negli
anni 1975 e 1977 subirono un radicale rinnovamento nella scuola italiana.
Fu attivissimo nei corsi che il Ministero organizzò a Santa Marinella per
quelle che allora si definivano "equipes provinciali" e questo fervore
portò, come Ispettore, nelle scuole della Provincia di Ravenna,
nell'assistere il faticoso avvio dei processi di integrazione degli
handicappati.
Si può veramente applicare a lui
il noto adagio "homo sum et nihil me umanum alienum puto" (uomo sono e
nulla di ciò che è umano mi è indifferente).
La sua profonda carica umana non
lo rendeva alieno dai problemi sociali e di categoria.
Nel 1960 iniziò la collaborazione
a "l'ecole valdotaine", rivista in lingua francese di problemi scolastici
e nel contempo al settimanale "Il corriere dela Valle d'Aosta", con
articoli che non solo riguardavano i temi della pedagogia e delle
didattica, ma i più ampi problemi di politica scolastica.
A Ravenna ha rivestito l'incarico
di Segretario Provinciale del SINASCEL e di membro del Direttivo
Provinciale, carica che ha conservato fino alla morte. Si impegnò in
consulenze sindacali che erano sempre precise e pertinenti e tenne anche
relazioni in Congressi Provinciali del Sindacato, dimostrando un piglio
intelligente, capacità critiche e propositive sui temi più cruciali della
politica e dell'organizzazione scolastica.
Di fronte a uno spirito così
creativo nell'azione e nell'arte si potrebbe essere indotti a pensare che
egli si disinteressasse e trascurasse l'amministrazione minuta e
quotidiana del Circolo Didattico e, comunque, quanto riguarda le
competenze amministrative che non sono totalmente estranee agli Ispettori.
In realtà Riccardo Ricci non ha mai sottovalutato i doveri e le
responsabilità amministrativi propri del Dirigente Scolastico.
Nelle riunioni dei Direttori
Didattici della città, nelle quali ho imparato tanto per le mie future
esperienze, quando si esaminavano scartoffie e si disquisiva su questioni
di natura amministrativa, lo sentivo spesso esclamare: "Che
tristezza!". Non era né uggia, e nemmeno noia e rifiuto delle "carte":
faceva parte di quel gusto della ironia con cui affrontava anche le cose
serie.
Nè come Direttore e nemmeno come
Ispettore non amò mai quell'"esprit de sérieux", quel sussiego che spesso
dà forma all'autorità: sapeva essere autorevole senza essere autoritario..
Dietro quella fronte corrugata traspariva un leggero sorriso ironico che
celava con pudore la precisione, la correttezza, la responsabilità e la
diligenza nelle pratiche amministrative.
L'Ispettrice valdostana Maria
Elena Pallais ha colto bene i tratti della personalità dell'Ispettore
Riccardo Ricci: quando nel 1959 così li delineò: "Artista del pennello e
del colore, sembra prediligere l'ironia sul proprio e sull'altrui operato,
ma invece è senso di umorismo che traspare dalle sue osservazioni, un
sentimento comico che è raffinato dalla cultura, spoglio di sarcasmo,
privo di amrezza, che lascia gli ascoltatori pensosi a meditare".
Ricordo che una volta, bisognoso
di consigli e di aiuti per un esposto che dovevo fare, lo andai a trovare
nel suo ufficio in Largo Chartres (allora si trovava là la Direzione del
6º Circolo). Non posso dimenticare la diligenza, la padronanza della
materia, l'acuto senso del sindacalista. Non mi lasciò nemmeno scrivere:
prese carta e penna e cominciò a redigere lui il testo, con una
scorrevolezza di termini e di argomentazioni che mi stupirono.
Per certi riferimenti che gli
occorrevano trasse da un cassetto un registro nel quale teneva
accuratamente raccolte le circolari che diramava ai suoi maestri e che
redigeva con meticolosa cura, ciclostilandone una per ciascun maestro.
I Direttori Didattici della
Provincia di Ravenna redigono ancora annualmente gli "ordinamenti" su uno
stampato ben strutturato come notizie, una sorta di lenzuolone, che lui,
come Ispettore Tecnico, volle introdurre nelle nostre Direzioni
Didattiche.
L'ARTISTA
Un Direttore Didattico
recentemente scomparso amava definirlo: "Uomo dalle mani d'oro".
Quelle mani, che un male
inesorabile aveva colpito per fatale beffa e destino, maneggiavano con
sciolta maestria la matita e la penna, il bulino e il pennello, davano
forma all'impasto per le ceramiche nello spirito dei ceramisti faentini
dei quali l'Ispettore Ricci aveva colto gli illustri insegnamenti nella
terra d'origine, lavoravano il legno con l'amorosa cura dell'artigiano.
Aveva certamente ereditato il
gusto fabbrile di lievitare la materia del padre falegname ed era
accomunato nello spirito dell'artigiano ai fratelli ceramisti-falegnami.
La natura aspra, stagliata in duri
contorni ma insieme declinata in tappeti erbosi e affusolati alberi del
paesaggio valdostano, i caratteri fortemente sagomati delle sculture
lignee disseminate nella valle, gli affreschi parietali delle chiese e dei
noti castelli, che certamente Riccardo Ricci ha fotografato e
riprodotto con devota ammirazione, costituiscono il motivo ispiratore
dello stile caratteristico dei suoi disegni, delle incisioni al linoleum,
delle pitture ad olio.
Il tratto delle numerose incisioni
al linoleum e dei disegni a penna, abbondantemente riprodotti con finalità
illustrative, è deciso, forte, il fraseggio delle strutture lineari ha
caratteristiche fortemente energetiche, il paesaggio tende
all'essenzialità e alle ricerche prospettiche, le figure si presentano
spesso scattanti, segmentate, stagliate in contorni abbastanza decisi ala
pari degli stilemi della iconografia valdostana.
Nelle sue pitture il colore non
indulge a preziosismi, ha frequenti e succose stesure a spatola, registri
tonali forti e intensa solarità, il disegno è sempre corretto, vigile e
scattante.
I temi più cari sono le
luminosissime marine, memoria viva della nostra terra di Romagna, i
ritratti e le figure dove si evocano gli affetti familiari, gli alberi, i
paesaggi valdostani e i fiori.
Sul giornale valdostano "La nostra
scuola", nel numero datato Marzo 1958, si legge a proposito delle
illustrazioni che egli fece per un testo scritto:"Il testo è arricchito da
stupendi linoleum del Professor Riccardo Ricci, il quale ha raggiunto in
quest'arte un livello altissimo".
E il suo stile, intonato alla primitiva arte
valdostana, è ineguagliabile, tanto da farci dichiarare che oggi la Valle
d'Aosta ha un artista in più, e quale artista!
C'era in lui una propensione innata al saper
vedere e al saper fare, un gusto profondo per le cosiddette arti della
visione. Un saper vedere e un saper fare che si legano indissolubilmente
ai problemi della pedagogia e della scuola: basta pensare al legame tra la
sua produzione grafica e il suo operare come esperto di didattica
dell'educazione stradale e di didattica dello studio dell'ambiente.
A questo si collega il suo gusto per l'arte
fotografica; e, sempre, con la passione del fare attraverso gli occhi e le
mani e di possedere materialmente le immagini nella loro completezza, se è
vero, come dice Barthes, che "l'immagine fotografica è piena, stipata; in
essa non v'è posto, non vi si può aggiungere niente".
E' significativo che questo suo desiderio di
possedere sempre di più l'immagine si sia intensificato nel momento in cui
la sua esistenza si andava consumando.
Dopo aver frequentato un corso di didattica
della fotografia si rese via via sempre più esperto nelle operazioni di
produzione e sviluppo di fotografie creandosi un attrezzato laboratorio
fotografico.
Era tale il suo gusto artistico della
fotografia, come qualcosa che si compone, si fabbrica, si sviluppa in
immagini dove i processi chimici si legano al lavoro indagatore
dell'occhio, che lo vidi spesso usare le vecchie macchine fotografiche a
soffietto oggi in disuso.
Con l'amore, la costanza e la perizia che gli
erano propri cominciò a produrre una serie multiforme di immagini della
città di Ravenna, che riprendono angoli spesso riposti e che rivelano la
magia di questa nostra città, i suoi multiformi elementi plastici e
iconografici. Ne ha prodotte alcune centinaia e già pensava di ordinarle
in una collezione quando il male inesorabile lo colpì.
Un'altra sua passione era la tipografia alla
quale lo collegava il gusto dell'illustrazione grafica, che è testimoniato
dalle numerose copertine dei suoi lavori, dai manifesti, dalle locandine,
dai cartelloni. Amava spesso dire: "Sarei contento se potessi avere una
tipografia ove stampare cose come voglio io!".
Non è questo un dato occasionale, puramente
velleitario: in Valle d'Aosta aveva sentito fortemente gli influssi delle
tecniche Freinet, della "Imprimerie à l'école", della tipografia
scolastica, che diffuse anche nelle sue scuole.
Il lavoro del tipografo, che storicamente e
nella sua accezione rimanda al torchio, al bulino, al sapiente uso degli
inchiostri, assumeva per lui il carattere della manualità nella quale si
associano il gusto estetico per i caratteri tipografici e per
l'illustrazione dei testi scritti e l'uso dei processi chimici della
xilografia e della lineografia.
Un lavoro dunque infaticabile, assiduo,
costante quello dell'Ispettore Ricci, che sovente diceva agli amici: "La
mia giornata di lavoro non finisce ma comincia la sera, dopo cena .....",
forse memore delle lunghe veglie invernali ove si consuma molta attività
dei montanari valdostani.
Ma meglio delle mie parole penso che la
multiforme attività artistica dell'Ispettore Ricci possa essere ammirata
nella "mostra" dei suoi lavori che l'Ispettore Bendazzi, con l'aiuto
dell'ottimo fotografo Mº. Lolli, ha diligentemente allestito in questa
scuola, con amorevole diligenza e riconoscenza verso l'amico, per gentile
concessione della moglie che sempre ha custodito intatta questa bella
eredità del consorte.
Oggi, a distanza di dieci anni, nonostante le
brume e gli inverni del tempo, l'opera di Riccardo Ricci, uomo di scuola e
artista, profuma di piena vitalità ed è vivida come il colore quel "calycanto"
che umilmente egli ha cantato in una graziosa poesia:
"Anche oggi,
trenta - uno - settantaquattro
ho
visto
un
calycantus fiorito
contro un muro.
Un
calycantus fiorito
nelle brume di gennaio
è un
messo della primavera
che
viene,
s'affaccia, ....." |